Descrizione Veloce
Giovane ranger con un profondo legame con la natura. Cerca di mitigare la sua propensione all’isolamento e alla vita selvaggia coniugandola con l’amore per la sua terra natale e per il popolo che la abita.
Dopo aver superato gli eventi nefasti del suo passato ha deciso di porsi al servizio del Re del trono ghiacciato, per combattere al fianco dei suoi fratelli e servire il suo regno.
Città/Gilda e Ruolo
Guardaboschi e Valarkaer della città di Himring.
Aspetto
Ragazza di circa 20 anni, i tratti del volto sono delicati e graziosi, ma tradiscono la sua origine nordica. I capelli biondi le ricadono in lunghe trecce sulle spalle, la corporatura è piuttosto esile e la carnagione chiarissima.
I suoi occhi rivelano a tratti la presenza di qualcosa di selvaggio ed indomito, ed hanno il colore del cielo terso del Nord. Lo sguardo è acuto, solitamente benevolo, ma spesso inquisitore e diffidente.
Background
- Le origini -
Kiria nacque in uno sperduto villaggio situato nelle terre del Nord, popolato sin dai tempi antichi da piccole comunità di contadini e allevatori di bestiame che vivevano al limite della sopravvivenza.
A quell’epoca le terre innevate erano ancora intrise del sangue che l’annosa ricerca del nascondiglio dei Bestemmiatori da parte delle genti di Himring aveva seminato su quell’antico suolo. E le ripercussioni delle battaglie fratricide di quegli anni non tardarono a raggiungere anche il suo villaggio, che fu spazzato via con la furia di un uragano. Di quel luogo e della sua tribù non era rimasto che un cumulo di cenere quando la bambina tornò a casa affamata e infreddolita dopo una notte trascorsa nel bosco. Non capì nulla di ciò che era successo, ma quando fuggì in preda al panico verso le foreste più a sud, sulla strada che si allontanava dal suo paesello vide un gruppo di uomini a cavallo, vestiti con l’uniforme ufficiale di Himring. Quell’immagine si impresse nella sua memoria, unita all’odore acre del sangue sparso e del fumo nell’aria, condizionando inevitabilmente il suo futuro rapporto con la città natale.
Profondamente segnata da quella tragedia, la piccola nordica riuscì comunque a sviluppare le sue innate capacità, che le permisero di sopravvivere per qualche tempo, adattandosi ad una vita libera e selvaggia, fino a quando una comunità di druidi ebbe pietà di lei e se ne prese cura. Visto il suo animo semplice e la sua propensione nei confronti degli animali e della natura, essi decisero di crescerla ed educarla, nel rispetto dei boschi e delle creature che li popolano.
Appena raggiunta un’età adulta la ranger decise però di staccarsi da coloro che le avevano fatto da famiglia, e intraprese il suo viaggio solitario, sicura delle sue capacità di adattamento e di sopravvivenza in quella casa ideale che per lei era la natura stessa.
- Incubi dal passato -
Era una notte estremamente silenziosa, l’aria tersa e cristallina, il cielo mantato di stelle. Kiria avanzava lentamente tra gli alberi, con il viso rivolto verso quell’immensità che la sovrastava; lasciava che il vento le accarezzasse il volto con il suo tocco gelido, mentre ascoltava i passi del suo cavallo che affondava le zampe nella soffice neve. Conosceva perfettamente la strada attraverso quel labirinto di alberi e ghiaccio, anche se non l’aveva più percorsa per tanti anni le sembrava rimasto tutto così immutato, come se il tempo non passasse mai in quell’estremo nord.
Arrivata vicino alla riva si fermò e iniziò a preparare il solito giaciglio, Sami appariva più inquieto del solito, forse percepiva la sua angoscia…Gli diede qualche mela e l’accarezzò a lungo, finchè l’animale non si fu calmato e iniziò a sonnecchiare. La donna allora preparò il sacco a pelo, spense il fuoco, e andò a sistemarsi vicino a quel cavallo dal manto candido che aveva deciso di seguirla tanto tempo fa, sacrificando la sua libertà per proteggerla e starle accanto in qualsiasi situazione. E così lei gli aveva dato il nome del fratello, quel fratello che aveva perso quand’era ancora bambina, l’unico di cui ricordava ancora perfettamente i tratti del volto. Erano morti tutti in quella lontana notte d’inverno, tutti tranne lei; ed erano morti proprio lì dove adesso non c’era più nulla, solo la neve ed il vento.
La giovane ranger rimase per un po’ a fissare il cielo sopra di lei: attendeva che vi si accendessero quelle fiamme colorate che aveva visto tante volte da bambina, le luci astrali che danzano nel cielo. Desiderava solo che quelle luci le togliessero il fiato, che le facessero dimenticare tutto ciò che la tormentava, desiderava essere tutt’uno con quel cielo, e perdersi in quella terribile bellezza.
Ma nel silenzio i ricordi tornavano ad assillarla, e non voleva addormentarsi troppo presto, perché di sicuro sarebbe sopraggiunto di nuovo quel sogno, sempre quello stesso insopportabile incubo che aveva il sapore di un nefasto presagio. Le bastava chiudere gli occhi per vedere quel volto indistinto affiorare tra le fiamme, un volto che doveva essere quello di suo padre, e che le pronunciava parole che non poteva comprendere. Poi le fiamme si levavano sempre più alte, fino a sciogliere i ghiacci e farli sprofondare in un abisso. Allora l’oscurità si dissipava, un uomo con occhi di fiamma la fissava con insistenza, e dietro di lui apparivano delle tombe sul terreno innevato, logorate dall’incessante scrosciare di una pioggia gialla battente.
Restava sempre come stordita e annientata dopo queste visioni. Era così che i suoi defunti le parlavano? E cosa volevano veramente? Non riusciva a distinguere l’incubo dai frammenti di una realtà passata che riaffioravano attraverso queste visioni, ma più ci pensava e più la attanagliava un senso di angoscia incurabile, e sapeva che non se ne sarebbe andata finchè non avesse finalmente capito cosa doveva fare della sua vita.
Temeva che i suoi avi le chiedessero vendetta attraverso quei sogni, ma lei era solo una bambina quando furono tutti sterminati, come poteva sapere cos’era successo davvero? Quando era tornata a casa aveva trovato la strage compiuta, e il terrore l’aveva spinta lontano, sempre più lontano. Poi la fame si era impadronita di lei, e la sopravvivenza era diventato l’unico dei suoi pensieri. Gli anni erano passati in fretta, la natura era diventata la sua casa, e aveva imparato a vivere con poche pretese, inserendosi in quell’equilibrio che regola la vita degli esseri semplici, proprio come fanno gli animali.
E adesso che era tornata alla civiltà e che aveva imparato così tante cose del mondo in così poco tempo, cominciava lentamente a ricostruire i pezzi del suo passato, e tutti i frammenti si allineavano con troppa facilità. Non poteva esserne totalmente sicura, ma forse aveva finalmente capito cos’era successo davvero alla sua famiglia: ricordava la tensione di quegli ultimi giorni, come se qualcosa di tremendo dovesse succedere, e ricordava quella parola proibita che però tutti cautamente sussurravano…Valkhon. Possibile che fosse quella la verità? Possibile che la sua gente fosse morta a causa di sospetti che macchiavano la sua tribù e che avevano attirato la furia dei Valarkos di Himring?
Kiria si strinse nel sacco a pelo e cercò di trattenere quel pianto nervoso che l’aveva assalita d’un tratto. La sua famiglia non meritava quella fine…e lei stessa non meritava di vivere rinnegando il suo passato. Quella gente sarebbe rimasta per sempre senza un nome, nessun bardo avrebbe potuto mai cantare le loro gesta, nessuna canzone commemorare la loro scomparsa.
Rimaneva soltanto lei, e la consapevolezza di aver scoperto la verità non le dava pace. Si sentiva impotente e incapace di compiere quel destino che i suoi avi reclamavano.
Adesso le lacrime scendevano, ma il vento le rubava furtivo prima che potesse accorgersi di star davvero piangendo. E piangeva perché ora pensava al volto del capitano, ai suoi occhi fieri che le avevano fatto capire di desiderarla, alla sua voce perentoria, alle sue spalle robuste che l’avevano fatta sentire sicura e protetta. Lui era l’incarnazione di tutto ciò che lei amava della sua terra: il ghiaccio inattaccabile, il gelo perenne, la forza di una natura più indomita e più splendida che in ogni altro luogo della terra. Lei lo aveva respinto…certo, come aveva fatto con qualsiasi uomo, perché anche lei non è nient’altro che ghiaccio in fondo. Ma vicino a lui si era sentita a casa, forse per la prima volta in vita sua. L’ironia del destino non poteva essere più amara.
Poteva essere così infame da tradire le sue origini e la sua storia? Poteva davvero vivere portando questo peso? Fingendo anche a se stessa di non conoscere la verità? Le sembrava di impazzire, attanagliata da tutti questi pensieri ai quali non trovava risposte. Prese lo zaino e tirò fuori quei guanti in pelle bianca donatigli da Amenthes, le ricordavano le parole della divinatrice, così benevole e rassicuranti. E la immaginava al tempio a pregare anche per lei…per quella figlia dannata del grande nord. Ma certo, avrebbe parlato con Amenthes di tutto questo…forse lei la poteva capire, o per lo meno aiutare con la sua saggezza. Ma il coraggio…poteva trovarlo davvero?
Mentre riponeva lo zaino all’improvviso vide un bagliore riflesso sulla neve: alzò immediatamente gli occhi al cielo e le vide…le luci del nord, l’abisso di colori. Restò a fissare quell’immensità con gli occhi pieni dello stupore di una bambina. Mentre tutto intorno dormiva avvolto nel silenzio, l’aurora si era avvicinata, e lei era rimasta sola ad aspettare quelle fiamme nel cielo, quella meraviglia che riempiva totalmente il suo cuore, perché la faceva sentire parte di qualcosa.
- Tornare a casa -
Erano trascorsi alcuni giorni da quella notte tormentata, giorni passati a lavorare per ore, con il solo intento di non pensare a nulla. Ma ciò che si cerca di nascondere all’interno di sé stessi non fa altro che crescere a dismisura fino a divenire insostenibile, e questo Kiria lo sapeva bene: la perenne fuga dal suo passato non era mai servita a nulla.
Quel giorno era tornata ad Isanus per comprare alcuni attrezzi da lavoro, la città era affollata come al solito, e lei desiderava solo andarsene al più presto, tornare nei boschi e riposare. Ma quegli dei che fino ad allora avevano giocato con il suo destino, come un burattinaio con la sua logora marionetta, avevano ben altro in serbo per lei. Mentre stava per ripartire alla volta dei boschi all’improvviso venne bloccata da quella voce familiare, la voce del Capitano. Per lui provava ormai una sorta di attrazione e al tempo stesso di disprezzo: una situazione che sembrava senza vie d’uscita. Decise che era ora di risolverla una volta per tutte. Cercò di restare calma e di usare l’astuzia, avrebbe parlato con lui per tentare di aggiungere qualche elemento al puzzle che nella sua mente si andava delineando. Si sforzò per sembrare tranquilla e benevola, si fece seguire da lui nel bosco e preparò qualcosa da mangiare, esortandolo alla conversazione.
Parlarono a lungo della sua vita e del suo rapporto con la tanto amata patria, Kiria pensava ormai di avere la situazione completamente in pugno, quando si accorse di aver invece commesso un grave errore sottovalutando l’intelligenza del capitano. Infatti una notte di qualche tempo prima, durante una sbronza in locanda, lei aveva parlato troppo, dei suoi sogni, del suo passato, e lui non sembrava aver dimenticato. Adesso era lui ad averla in pugno: infine aveva capito i suoi sospetti nei confronti dei Valarkos. In un attimo l’agitazione le offuscò la mente, provò solo tanta rabbia, mentre cercava di aggrapparsi a una possibile vendetta. Ma Schwipps voleva ancora capire, sembrava disposto nonostante tutto ad aiutarla. Kiria si sentì il terreno franare sotto i piedi: ormai non aveva nulla da perdere, gli parlò di tutto quello che aveva ricostruito del suo passato, senza riserve; allora lui le propose di seguirla in un posto che forse le avrebbe dato le risposte che cercava, e lei accettò.
Cavalcarono a lungo, fino a terre innevate che sembravano celare parecchie insidie. Lui la avvisò della presenza di barbari ribelli che tendevano agguati in quelle zone sperdute e senza legge, nelle quali avevano stabilito il loro covo. Poco dopo infatti avvistarono un uomo che avanzava minaccioso, e sembrava vestire proprio come un valarkos: Kiria non fece nemmeno in tempo a capire cosa stava succedendo, vide solo l’ira del capitano abbattersi fulminea su di lui, che perì in un secondo sotto i colpi d’ascia impietosi.
Fu allora che Schwipps si decise a parlare, e le rivelò tutto quel che sapeva: ombre di un passato che Himring avrebbe preferito dimenticare, fantasmi di eventi che avevano impregnato il suolo del regno col sangue dei propri fratelli. Quasi nessuno conosceva quella verità così scomoda, una verità che però poteva cambiare molte cose per lei. Ascoltò il capitano che le parlava con tanta amarezza di quegli eventi, e tutto sembrava porsi sotto una luce nuova, tutto coincideva alla perfezione. Non le sembrava vero che la soluzione di tutti i suoi problemi fosse finalmente lì davanti ai suoi occhi, ma i racconti del capitano erano stati così convincenti che non poteva dissentire. Nessuno avrebbe mai potuto darle la certezza che le cose fossero andate proprio così, ma era così stanca di lottare con sé stessa, che decise di credergli ciecamente. Inoltre, poco distante sorgeva il covo di quei bastardi che avevano saccheggiato e ucciso senza ritegno: la vendetta era lì, brillava su un piatto d’argento davanti ai suoi occhi. Si armarono e si prepararono a fare incursione in quell’accampamento, la sua mente riacquistò in un attimo tutta la fredda lucidità necessaria ad affrontare il combattimento.
“Donna, se muoio lascia che sia la neve a coprire il mio corpo, e se gli dei lo vogliono, cosa che non credo, con la mia morte la tua vendetta sarà fatta.”
Non si aspettava quelle parole, voleva dire qualcosa ma non ci riusciva. Annuì, impugnò saldamente l’arco, e si lanciarono al galoppo. L’incursione prese i ribelli di sorpresa, ma alcuni si armarono in fretta e assalirono Schwipps. Il capitano vibrava colpi in ogni direzione, quei barbari cadevano come mosche al cospetto della sua furia. Kiria contò le frecce che si conficcavano nel cuore di quei codardi: una per ogni defunto del suo clan. Alla fine del combattimento rimase solo l’odore acre del sangue sparso, diede un’ultima occhiata a quella strage, poi prese una torcia e appiccò il fuoco alle capanne di legno. Il Capitano l’aspettava fuori, compiaciuto di tutto quel sangue versato in nome del suo Re.
Kiria si ricordò delle sue parole: in quell’inferno lui non era morto. Forse gli dei per la prima volta nella sua vita avevano voluto concederle una risposta. Decisero di tornare subito a Himring, a…casa.
Lentamente si faceva strada in lei la consapevolezza di una pace che mai aveva provato prima, quei luoghi familiari non le erano più ostili. Giunti in città incontrarono Amenthes, sembrava felice di vederla, e le regalò un’accoglienza che non si aspettava. Le disse che le voleva parlare, e la portò al tempio: in quel silenzio sacrale le raccontò un sogno, una visione che la riguardava. I tratti del volto di quella donna erano così giovani, ma i suoi occhi e le sue parole tradivano una saggezza che la intimoriva. Il messaggio che gli dei le avevano trasmesso era pieno di speranza: dimenticare un passato buio, vivere ciò che è stato in funzione del futuro che ci attende, e riconciliarsi finalmente con le proprie origini e la propria natura. Strano il destino, perché era proprio quello che le stava succedendo. La divinatrice le pose le mani sul volto e parlò in una lingua che non conosceva: la pace che provò in quel momento fu totale.
Quella sera si sedette accanto al fuoco e osservò la luna piena che regnava nel cielo, accendendo di bagliori argentei la neve candida. Ancora non sapeva cosa avrebbe fatto della sua vita, ma non c’era più nessuna lotta all’interno di sé stessa, solo un amore e una dedizione totali per la sua magnifica terra.
- Situazione attuale -
Kiria ha trascorso gli ultimi mesi della sua vita nelle terre del Nord, occupandosi con dedizione dei boschi nei quali è nata, e trovando la serenità grazie all’affetto dei suoi fratelli nordici e del suo compagno, il Capitano Schwipps.
Ha avuto così modo di dimostrare fedeltà al popolo di Himring, lottando al fianco dei Valarkos e battendosi con onore. La sua lealtà a Re Helborg Volkmar è stata sancita con la nomina ufficiale a Valarkaer e Guardaboschi del regno.
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